Asset allocation: tutti i dividendi per difendersi dall’inflazione

I tassi d’interesse a zero sono diventati negativi e l’inflazione, da tempo creduta morta, sta risorgendo dalle sue ceneri. Sono finiti i tempi in cui un investitore poteva sperare di conservare il suo patrimonio almeno prossimo al valore reale con conti di deposito o libretti di risparmio non fruttiferi”. L’avvertimento arriva da Ludwig Palm, gestore del fondo Flossbach von Storch – Dividend di Flossbach von Storch, che di seguito illistra nel dettaglio la view.

Nel concreto questo significa che bisogna sbarazzarsi delle vecchie abitudini. Ad esempio dell’idea che il denaro depositato su un conto corrente mantenga (almeno) il suo valore. Oltre alle spese di conto, infatti, a pesare sono anche le “commissioni di custodia”, cioè gli interessi negativi sui depositi. Oggi, ad esempio in Germania, sono quasi 400 le banche che applicano tassi negativi sui conti correnti – talvolta già dal primo euro.

Con queste premesse, sempre più clienti bancari decidono di guardarsi intorno in cerca di alternative. L’attenzione ricade solitamente sui beni reali, come immobili di proprietà o investimenti in oro. Ma anche le azioni, in quanto partecipazioni societarie, si annoverano fra i beni materiali e vengono comunemente ritenute una forma di protezione dall’inflazione. Dopo tutto, in caso di inflazione generalizzata, le aziende con modelli di business di successo riescono spesso ad aumentare notevolmente i prezzi, il fatturato e i profitti.

Se poi pagano dividendi costanti, si potrebbe quasi dire di aver trovato in queste distribuzioni regolari un valido sostituto degli interessi. Ma attenzione: mentre le promesse di interessi sono garantite dalla legge, cioè vanno pagate finché l’emittente non fallisce, per le azioni non ci sono garanzie simili. Inoltre, anche se si sente ripetere di continuo che i dividendi non sono affatto “il nuovo tasso d’interesse”, in genere l’ammontare dei dividendi annuali è stabilito a esclusiva discrezione degli azionisti tramite votazione all’assemblea generale.

Eppure ci sono società quotate in borsa che da anni – nella buona e nella cattiva sorte – pagano dividendi costanti agli azionisti: sono i cosiddetti “dividendi aristocratici”. Persino durante la pandemia di coronavirus, alcune di queste realtà hanno guadagnato abbastanza da corrispondere un dividendo agli azionisti nonostante la crisi globale. Queste aziende però non vanno confuse con quelle che attirano gli investitori con pagamenti particolarmente elevati a seguito di una ripresa economica, salvo poi interromperli pressoché all’improvviso. Quest’anno, ad esempio, almeno secondo i dati di Janus Henderson, otto aziende su dieci nel mondo hanno mantenuto i dividendi costanti o li hanno aumentati, mentre nel 2020 oltre un terzo li ha ridotti o addirittura sospesi del tutto.

Noi cerchiamo società che pagano dividendi costanti, motivo per cui ci focalizziamo in primis sulla qualità. Devono essere aziende redditizie e soprattutto, avere un’alta probabilità di generare anche in futuro rendimenti lucrativi. Per farlo hanno bisogno di modelli di business efficaci e difficili da replicare, di bilanci sani e di un team manageriale competente e integerrimo. Ma queste aziende devono soprattutto potersi permettere di distribuire regolarmente una parte dei loro profitti agli azionisti. In media le società incluse nel nostro portafoglio corrispondono dividendi da circa 30 anni e negli ultimi cinque anni hanno persino aumentato le distribuzioni mediamente del 10%. A quel punto, se la valutazione iniziale si rivela corretta, siamo ben felici di investire a lungo termine.