La riunione di dicembre del Federal Open Market Committee ha rappresentato il principale punto di attenzione della scorsa settimana per i mercati finanziari. Come ampiamente previsto, la Fed ha approvato un taglio dei tassi di interesse di 25 punti base, portando l’intervallo obiettivo dei Fed Fund al 3,50%-3,75%.
Secondo Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim, “Powell ha mantenuto aperte tutte le opzioni per la riunione di gennaio, sottolineando come all’interno del Comitato convivano opinioni molto eterogenee e come le future decisioni di politica monetaria saranno guidate dai dati in arrivo”. Nonostante due dissensi di orientamento restrittivo e un dot plot che evidenzia come altri quattro presidenti di banche regionali avrebbero preferito lasciare invariato il tasso di riferimento, la Fed continua comunque a mostrare una propensione verso l’allentamento monetario.
A sostenere i tagli dei tassi è stato soprattutto il progressivo raffreddamento del mercato del lavoro. I dati più recenti indicano che la moderazione prosegue: l’indice del costo del lavoro è cresciuto dello 0,8% nel terzo trimestre, meno delle attese, e del 3,5% su base annua, il ritmo più contenuto da metà 2021. “Il raffreddamento della crescita delle retribuzioni è coerente con un contesto di basse assunzioni”, osserva Tognoli.
Il rapporto JOLTS di ottobre mostra infatti un tasso di assunzioni tornato al minimo ciclico del 3,2%, nonostante l’aumento delle offerte di lavoro. Il tasso di licenziamento è salito all’1,2%, mentre quello di dimissioni è sceso all’1,8%, il livello più basso dall’inizio della pandemia, segnalando come le opportunità di cambiare impiego siano diventate più rare. Nel complesso, il mercato del lavoro appare fragile ma non in fase di crollo, anche perché il tasso di disoccupazione, al 4,4%, resta ben al di sotto della media trentennale del 5,7%.
A pesare sul quadro congiunturale è anche l’incertezza legata alle politiche commerciali. I flussi di scambio hanno registrato un forte aumento nella prima metà del 2025, quando le imprese hanno privilegiato l’accumulo di scorte in vista di possibili aumenti tariffari. Successivamente, il deficit commerciale statunitense si è ridotto fino a 53 miliardi di dollari a settembre, ben lontano dal massimo storico di marzo. Tuttavia, la contrazione è dovuta quasi interamente al balzo delle esportazioni di oro non monetario, una componente che non entra nel calcolo del Pil e che difficilmente sosterrà la crescita reale nel breve periodo.
Nel complesso, i dati più recenti indicano un rallentamento dell’economia verso la fine del 2025. Il punto chiave, secondo Tognoli, è capire “se ci troviamo di fronte a una semplice decelerazione dell’attività o a un deterioramento più profondo della domanda di fondo”. Indicazioni più chiare arriveranno con i prossimi dati su occupazione e inflazione.
Il prossimo rapporto sul lavoro negli Stati Uniti sarà atipico, perché includerà sia ottobre sia novembre. I dati di ottobre saranno parziali a causa del prolungato blocco delle attività governative. Cfo Sim stima una diminuzione di 60.000 posti di lavoro non agricoli nel mese, legata soprattutto a un calo una tantum dell’occupazione federale, mentre al netto di questo effetto l’occupazione sarebbe cresciuta di circa 65.000 unità. Per novembre, invece, si attende un aumento delle buste paga di 45.000 unità e un lieve rialzo del tasso di disoccupazione al 4,5%. “I datori di lavoro appaiono riluttanti ad assumere, ma anche a licenziare in massa, con l’effetto di rallentare la crescita occupazionale e contenere gli aumenti salariali”, spiega Tognoli.
Sul fronte dei prezzi, il Bureau of Labor Statistics non pubblicherà i dati sull’inflazione di ottobre, mentre quelli di novembre dovrebbero uscire regolarmente. In assenza di indici mensili completi, l’andamento a breve termine sarà valutato su base bimestrale. Le stime indicano un aumento dello 0,45% dell’indice dei prezzi al consumo tra settembre e novembre, con un tasso annuo stabile al 3,0%. L’inflazione di fondo dovrebbe essersi ulteriormente attenuata al 2,9%, grazie al calo dei prezzi dei beni, dei veicoli e a una moderazione dei servizi, in particolare nelle voci legate ad alloggi e viaggi.
Guardando avanti, Cfo Sim prevede che, con il ritorno alla normalità statistica, i trend di inflazione di fondo rimarranno stabili. “È probabile che gli effetti dei dazi portino a un temporaneo aumento dell’inflazione dei beni all’inizio del prossimo anno, ma riteniamo che l’inflazione complessiva resterà intorno al 3,0% almeno fino alla prima metà del 2026”, conclude Tognoli. Successivamente, l’allentamento delle pressioni tariffarie, un mercato del lavoro più debole e una crescita della produttività dovrebbero favorire una graduale discesa verso l’obiettivo del 2%.
