Outlook 2026, Lazard AM: “Meno eccezionalismo Usa e più spazio ai mercati globali”

Il 2026 si profila come un anno di svolta per i mercati finanziari globali, con un possibile ridimensionamento dell’eccezionalismo statunitense e un rafforzamento delle opportunità di investimento al di fuori degli Stati Uniti. Secondo Ronald Temple, capo strategist di Lazard Asset Management, “la combinazione di valutazioni elevate negli USA, dollaro più debole e rischi politici e macroeconomici in aumento apre la strada a una fase di outperformance delle equity non statunitensi”.

Stati Uniti tra dazi, inflazione e dilemmi della Fed

Negli Stati Uniti il quadro macro appare sempre più complesso. L’aumento dei dazi medi sulle importazioni, saliti dal 2,7% di fine 2024 al 16,8% di novembre 2025, livelli che non si vedevano dal 1935, e l’impatto del One Big Beautiful Bill Act continueranno a mantenere il deficit federale sopra il 6% del PIL. “Se i dazi resteranno vicini agli attuali livelli, l’inflazione potrebbe superare il 3,5% nella prima metà del 2026”, avverte Temple, sottolineando come la fine delle scorte pre-tariffe costringerà molte imprese a scegliere tra compressione dei margini e aumento dei prezzi al consumo.

Il mercato del lavoro mostra segnali di raffreddamento: tra maggio e novembre 2025 la creazione di posti di lavoro non agricoli è scesa a una media di 17.000 unità mensili, ben al di sotto del livello necessario a stabilizzare la disoccupazione. In questo contesto, la Federal Reserve si troverà di fronte a un bivio nel 2026. “La Fed dovrà decidere se contrastare un’inflazione in risalita o sostenere un mercato del lavoro in indebolimento”, spiega Temple, aggiungendo che l’istituto centrale potrebbe dare priorità all’occupazione, considerando gli aumenti dei prezzi legati ai dazi come temporanei.

Anche l’entusiasmo per l’intelligenza artificiale potrebbe perdere slancio. Nel 2025 l’IA ha contribuito per circa due terzi alla crescita del PIL statunitense, un ritmo giudicato difficilmente sostenibile. “Crescono i dubbi sulle modalità di finanziamento dei grandi piani di capex e sul rischio di sovradimensionamento delle infrastrutture, con hardware che potrebbe diventare obsoleto prima che emerga una domanda reale”, osserva Temple.

Cina: leadership industriale, ma crescita più debole

In Cina, l’inflazione dovrebbe restare tra lo 0% e l’1% fino al 2026, con benefici limitati dalla campagna governativa contro la cosiddetta “involuzione”. La crescita ufficiale del PIL è attesa intorno al 5%, ma stime più realistiche la collocano sotto il 4%. “La new economy continuerà a espandersi, ma il commercio internazionale resta esposto al protezionismo e la crisi immobiliare rimane un freno strutturale”, afferma Temple.

Pechino ha tuttavia consolidato una posizione dominante in settori chiave come rinnovabili, veicoli elettrici, batterie e robotica avanzata. Le industrie della new economy, che rappresentano tra il 15% e il 20% del PIL, stanno compensando in parte il ridimensionamento del settore immobiliare. Resta però il problema della fiducia dei consumatori, penalizzata dal calo dei prezzi delle abitazioni e da una percezione di crescita debole.

Eurozona: prospettive in miglioramento

Più incoraggiante l’outlook per l’Eurozona nel 2026. Dopo un 2025 condizionato dalla guerra commerciale statunitense, la stabilizzazione delle politiche commerciali potrebbe ridurre l’incertezza, mentre l’inflazione potrebbe scendere sotto il target del 2% della BCE. “Questo aprirebbe lo spazio per uno o due ulteriori tagli dei tassi”, nota Temple.

La trasmissione della politica monetaria appare più rapida rispetto agli USA, grazie all’elevata quota di debito a tasso variabile. Inoltre, l’aumento della spesa per difesa e infrastrutture, in particolare in Germania, potrebbe sostenere la crescita. Le incognite restano legate all’instabilità politica e allo spazio fiscale limitato in alcuni Paesi membri.

Giappone verso una nuova fase di normalizzazione

Il Giappone si prepara a entrare in una nuova fase di normalizzazione economica. Dopo la fine della deflazione e il cambio di leadership politica, il nuovo governo ha varato un bilancio supplementare pari a oltre il 2% del PIL per sostenere famiglie e investimenti. “L’inflazione dovrebbe rallentare ma restare sopra il 2%, mentre la pressione per un rapido rialzo dei tassi potrebbe attenuarsi”, spiega Temple.

Le principali incognite riguardano il contesto geopolitico, in particolare le relazioni con la Cina e gli impegni commerciali con gli Stati Uniti.

Implicazioni per gli investimenti: guardare oltre gli USA

Dal punto di vista degli investimenti, il 2025 potrebbe aver segnato un punto di svolta. Nonostante nuovi massimi storici, l’S&P 500 è stato superato da diversi mercati non statunitensi. “Valutazioni elevate, utili concentrati in poche società tecnologiche legate all’IA e un contesto macro più fragile aumentano il rischio di sottoperformance degli USA”, sostiene Temple.

Al contrario, mercati emergenti, Giappone e valute appaiono più interessanti grazie a valutazioni più basse e driver di crescita più diversificati. Nel reddito fisso, la ridotta indipendenza della Fed e l’elevato debito USA rappresentano un limite, mentre asset reali e oro possono offrire protezione.

“Non si tratta di fuggire dagli Stati Uniti”, conclude Temple, “ma di un esercizio di gestione del rischio: nel 2026 i mercati torneranno a premiare i fondamentali e la diversificazione geografica e valutaria sarà cruciale”.