Investimenti: attenzione al tallone d’Achille delle tecnologie moderne

In un’epoca dominata dal progresso digitale e dalla transizione energetica, esiste una vulnerabilità spesso invisibile ma fondamentale per l’intero sistema produttivo globale: la dipendenza dalle cosiddette “terre rare”. Sono 17 elementi chimici essenziali per la realizzazione di smartphone, auto elettriche, turbine eoliche, semiconduttori e persino dispositivi medici avanzati. Eppure, il loro approvvigionamento è appeso a un filo geopolitico, con la Cina in posizione dominante.

Come sottolinea Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer di UBS WM in Italia, “le riserve di terre rare e minerali sono concentrate in pochi Paesi. Tuttavia, il vero collo di bottiglia non è l’estrazione, bensì le attività di raffinazione e trasformazione”.

La Cina, infatti, controlla circa il 60% della produzione mondiale e raffinava, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, il 91% delle terre rare.

Questa concentrazione trasforma le terre rare in un’arma diplomatica. Nel 2010, Pechino bloccò le esportazioni verso il Giappone durante una disputa territoriale, scatenando una crisi industriale. Nel 2019, minacciò limitazioni alle forniture in risposta ai dazi statunitensi. Un’ulteriore escalation si è vista all’inizio di quest’anno, quando, il 6 gennaio, la Cina ha imposto restrizioni immediate sulle esportazioni verso il Giappone di materiali magnetici ad alte prestazioni, vitali per automotive, elettronica e robotica.

“Non si tratta di un’emergenza di breve termine – osserva Ramenghi – le scorte combinate di aziende e Stato offrirebbero fino a 60 giorni di margine. Tuttavia, è un campanello d’allarme in caso di nuove tensioni e testimonia la vulnerabilità delle nostre economie”.

Occidente alla ricerca di alternative

Consapevoli del rischio, Stati Uniti, Unione Europea e Giappone stanno correndo ai ripari, cercando di diversificare le fonti e investendo in miniere alternative in Australia, Canada e Africa. Nel 2025, Stati Uniti e Australia hanno siglato un accordo da 8,5 miliardi di dollari per rafforzare la cooperazione su estrazione e raffinazione, seguito da intese simili con Thailandia, Malaysia, Cambogia e Vietnam.

L’Europa, pur leader nell’economia circolare, oggi importa oltre il 90% delle sue terre rare dalla Cina. La Commissione europea ha lanciato la “Normativa europea sulle materie prime critiche” con l’obiettivo ambizioso di produrre internamente il 10% del fabbisogno di terre rare e raffinare il 40% entro il 2030.

Una sfida colossale, che richiede enormi investimenti e tempo. Nel frattempo, i ministri delle Finanze del G7 discuteranno nuovamente della sicurezza degli approvvigionamenti, valutando anche l’introduzione di prezzi minimi per incentivare gli investimenti internazionali.

Nel contesto attuale, segnato da tensioni geopolitiche, elettrificazione e possibili politiche monetarie espansive, le materie prime – e in particolare rame, alluminio e orocontinuano a presentare un profilo d’investimento interessante. Ma la partita strategica più cruciale si gioca sulla capacità del mondo occidentale di costruire catene di approvvigionamento indipendenti, spezzando l’attuale monopolio che rischia di diventare, sempre più, un’arma di pressione economica e politica.