A caccia di argento: investitori, industrie e governi in una partita globale

Negli ultimi dodici mesi, mentre l’oro consolidava un +70%, l’argento ha registrato un’impennata senza precedenti: +190% tra gennaio 2025 e gennaio 2026, toccando massimi storici e superando persino le performance del “metallo giallo”. Un rally che non si vedeva dal 1980, fatta eccezione per il triennio successivo alla crisi del 2008.

Cosa sta spingendo l’argento a livelli così elevati, e perché proprio ora?

Secondo gli analisti Vladimiro Giacché e Michele Tonoletti di Banca del Fucino dietro al boom si intrecciano due dinamiche potenti: una domanda industriale in forte crescita, trainata dalla transizione ecologica e digitale, e una domanda finanziaria che riscopre l’argento come bene rifugio in un’epoca di incertezza monetaria.

«L’argento rientra tra i metalli preziosi, ma a differenza dell’oro, oltre il 58% della sua domanda è di tipo industriale», spiegano Giacché e Tonoletti. Il metallo è infatti fondamentale per l’elettronica e soprattutto per i pannelli solari, di cui rappresenta circa il 10% del costo finale. Con la Cina in prima linea nel piano di transizione energetica, la domanda asiatica è destinata a salire ulteriormente, in uno scenario in cui l’offerta globale fatica a tenere il passo.

Tuttavia, proprio la forza della domanda industriale si scontra con una crescente attenzione finanziaria verso l’argento. «I mercati continuano a riconoscergli una funzione di riserva di valore, in correlazione con l’oro», sottolineano gli esperti. Negli ultimi anni, di fronte a un dollaro sempre più sotto pressione – con un rapporto debito/Pil in crescita, tensioni tra Casa Bianca e Fed e dubbi sulla sostenibilità dei titoli tech – gli investitori si sono riversati sui metalli preziosi. La quota del dollaro nelle riserve delle banche centrali è scesa a un minimo pluridecennale, superata proprio dall’oro.

E nel 2025 questa dinamica si è ulteriormente accelerata. Il conflitto latente tra domanda industriale e finanziaria è emerso con forza, mentre alcune banche centrali – soprattutto Russia e, in minor misura, Arabia Saudita – hanno cominciato a considerare l’argento non più come una semplice commodity, ma come un asset da inserire nelle riserve ufficiali.

Tutto ciò ha creato una pressione rialzista eccezionale, accompagnata da segnali di stress nei mercati: a fine 2025 si è registrato un ampio differenziale di prezzo tra le piazze occidentali (COMEX e LBMA) e quelle asiatiche (Shanghai), con uno spread che a gennaio ha superato i 12 dollari. Non solo: il mercato spot è entrato in backwardation, un evento raro per un metallo con alti costi di stoccaggio, segno che gli operatori preferiscono avere l’argento subito piuttosto che rischiare carenze future.

«Il rally dell’argento è in larga parte il risultato di questa dinamica», concludono Giacché e Tonoletti.

Le prospettive

«Il prezzo sembra destinato a salire ancora. Né l’incertezza sul dollaro né la domanda industriale appaiono fenomeni di breve termine». Anche al netto dell’inflazione, il metallo è ancora lontano dai picchi reali del 1980.

Ma c’è di più: la corsa all’argento riflette un cambiamento strutturale nei mercati globali, caratterizzato da un rinnovato interventismo statale. Sia gli USA, che nel 2025 hanno inserito l’argento tra i “minerali critici” per la sicurezza nazionale, sia la Cina, che ha imposto limitazioni all’export, stanno agendo per assicurarsi le scorte. Un approccio che, in un mondo di rivalità geopolitiche crescenti, potrebbe diventare la norma, influenzando sempre di più l’andamento dei listini.

Insomma, quella dell’argento non è solo una storia di numeri record, ma un sintomo di un’epoca in cui logiche industriali, finanziarie e geopolitiche si fondono, ridisegnando le regole del gioco – e i portafogli degli investitori.