Gennaio “bussola” dei mercati: mito o realtà?

Con l’avvio di ogni nuovo anno, sui mercati finanziari torna una domanda ricorrente: l’andamento di gennaio è davvero in grado di anticipare quello dei mesi successivi? Una convinzione diffusa tra gli operatori, resa popolare dallo Stock Trader’s Almanac, che si fonda su due regole stagionali spesso citate dagli investitori.

La prima è il cosiddetto January Barometer, secondo cui un gennaio positivo aumenterebbe le probabilità di un anno complessivamente favorevole per le azioni, mentre un avvio debole sarebbe un cattivo presagio. La seconda è ancora più sintetica: l’indicatore dei First Five Days, che concentra la previsione nella prima settimana di contrattazioni.

“Si tratta di indicatori semplici e intuitivi, che cercano di cogliere il sentiment iniziale del mercato”, spiega Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim.

Quando la teoria funziona

Nel 2025, la stagionalità di gennaio ha effettivamente fornito indicazioni corrette. L’S&P 500 ha aperto l’anno con un progresso dello 0,6% nei primi cinque giorni e ha chiuso gennaio con un +2,7%. Da lì, il mercato ha mantenuto la stessa direzione, chiudendo l’anno con un rendimento di prezzo a doppia cifra e un risultato finale del +16,4%.

Anche il 2022 rappresenta un caso emblematico, ma di segno opposto. Nei primi cinque giorni l’S&P 500 è sceso dell’1,9% e ha perso il 5,3% nell’intero mese di gennaio. Nel corso dell’anno, l’indice è entrato in un bear market ciclico e ha chiuso con una perdita annua del 19,4%.

I numeri nel lungo periodo

Osservando una serie storica più ampia, i due indicatori mostrano una discreta capacità di individuare il segno dell’anno. Dal 1928, il January Barometer ha avuto un tasso di successo di circa il 71%, mentre i First Five Days si attestano intorno al 66%. Quando i primi cinque giorni dell’anno sono positivi, l’S&P 500 chiude l’anno in rialzo circa il 77% delle volte, con un rendimento medio dell’11,3%.

“Chi crede nella stagionalità potrebbe leggere il +1,1% dei primi cinque giorni del 2026 come un segnale incoraggiante”, osserva Tognoli.

Il lato meno “magico” della stagionalità

È però proprio qui che emergono i limiti di questi indicatori. Una parte rilevante della loro apparente efficacia deriva da un fatto statistico semplice: storicamente, l’S&P 500 sale in circa due anni su tre. Non sorprende quindi che un buon gennaio finisca spesso per coincidere con un anno positivo, senza che vi sia necessariamente un rapporto di causa-effetto.

“Le statistiche parlano chiaro: il potere esplicativo di questi indicatori è modesto“, sottolinea Tognoli. Dal 1928, il January Barometer presenta un pari a 0,09, mentre i First Five Days si fermano a 0,04, spiegando solo una piccola parte dei rendimenti annui dell’indice.

Fondamentali prima del calendario

Nel lungo periodo, il mercato azionario tende a rispondere soprattutto ai fondamentali economici, più che alle ricorrenze del calendario. Crescita degli utili, condizioni di liquidità e contesto macroeconomico hanno avuto un ruolo decisamente più rilevante nel guidare la direzione dei corsi azionari rispetto ai segnali stagionali di gennaio.

“Il calendario può offrire spunti interessanti, ma non sostituisce l’analisi dei fondamentali”, aggiunge il responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim.

In sintesi

In definitiva, il January Barometer e i First Five Days possono essere utili come termometro del sentiment e del posizionamento di inizio anno, ma non rappresentano strumenti affidabili per prevedere l’andamento dell’intero anno o per costruire una strategia di portafoglio rigorosa. “Ma la strategia più solida resta quella di concentrarsi su ciò che conta davvero: utili, fondamentali e quadro macroeconomico”, conclude Antonio Tognoli.